Banca: liquidità

La parola liquidità non ha un significato univoco perché dipende dal contesto nel quale è utilizzata. In economia è finanza il termine indica la titolarità della proprietà di M.

Ma, si è visto, vi sono almeno due tipi di M: quella non rifiutabile dal venditore (la base monetaria, emessa dalla BC) e quella delle bc che, pur potendo essere rifiutata dal venditore, viene oggi utilizzata come se fosse emessa dalla BC, tanto è diffusa e tanto sono affidabili le banche che la emettono. È talmente diffuso l’uso dello strumento tecnico c/c, ad es. attraverso l’utilizzo delle carte di credito, che nessuno si pone il problema di andare a vedere se `quei pezzi di plastica contengano della liquidità’: la verifica quotidiana di poter pagare con quello strumento tecnico e di condurre a termine moltissime transazioni, ne dà testimonianza e dà la certezza che si tratta di un mezzo di pagamento assai efficace ed efficiente; anche se può essere rifiutato dal venditore. Così la prassi trasforma un mezzo di pagamento non avente potere legale in un mezzo di pagamento talmente comodo da superare questo scoglio e nonostante alcuni venditori rifiutino di accettarlo.

Nel caso appena descritto, la funzionalità dello strumento tecnico mette in ombra l’aspetto giuridico che pure permane. Molte sono le condizioni che consentono questo spiazzamento: ad es. l’esiguità dell’importo dei singoli pagamenti, l’ammontare dell’importo massimo spendibile, la titolarità della carta di credito, ecc.

Ciò che è pacifico per il pubblico che paga e riscuote abitualmente attraverso questo strumento, non è altrettanto pacifico per l’emittente la carta e per la bc che la distribuisce e che se ne avvale: ciò accade perché in sede di compensazione (in T2) fra bc e fra bc e BC lo scambio deve avvenire in base monetaria, cioè in debiti a vista della BC. Cioè, mentre fra il pubblico circola prevalentemente la moneta di bc, in T2 la compensazione deve avvenire in base monetaria.

Si può anche osservare che la circolazione di banconote e monete è un’infima parte della circolazione monetaria (0,15%) complessiva e che attualmente non è costituita da supporti metallici (dischetti di metallo più o meno prezioso) o cartacei (banconote) ma da scritture contabili che avvengono su supporti digitali: cioè stringhe di bit che registrano le transazioni di debiti, di crediti e di strumenti finanziari che interessano il Settore delle Attività Finanziarie e Assicurative (il Settore K della Classificazione ATECO 2007) [1].

Fra tutte queste registrazioni, possiamo distinguere quelle relative alle transazioni che implicano come controparte anche la BC e quelle che, invece, regolano le relazioni d’affari fra il pubblico e le bc.

Queste ultime, sono quelle che qui interessano in questa fase.

Queste ultime riguardano due gruppi di transazioni: i prestiti delle bc al pubblico (famiglie e imprese) e la circolazione degli strumenti finanziari emessi da aziende della Pubblica Amministrazione (Stato, Enti Locali, eccc.) e quelli emessi dalle imprese costituite nella forma della società di capitali di qualsiasi Settore.

Si diceva che i prestiti confluiscono nei conti correnti e il più delle volte si trasformano istantaneamente in depositi: ma possono trasformarsi in depositi in conto corrente o in depositi a tempo. I primi, circolano come mezzi di pagamento perché sono a vista, cioè sono convertibili immediatamente in banconote (debiti a vista della BC) e quindi sono liquidi; gli altri non sono così liquidi perché la loro conversione, pur avvenendo velocemente, implica dei costi dovuti alla circostanza che si contravviene al contratto iniziale che prevedeva un termine, una scadenza prefissata. Per questo, il loro grado di liquidità è minore.

Riassumendo, dunque, i depositi sono esigibili o a vista o a scadenza: questo determina il loro grado di liquidità, di esigibilità da parte del titolare.

Si diceva anche che i presiti vengono concessi `dal nulla’, nel senso che il loro ammontare complessivo dipende dai fondi propri della bc, che viaggiano sullo strumento tecnico c/c e che determinano la consistenza dei depositi: ma la scelta della qualità dei depositi dipende da chi li detiene; costui, essendo soggetto diverso dal titolare del prestito originario, ha facoltà di scegliere se, come e per quanto tempo vincolare il deposito.

Questa circostanza è fondamentale per l’attività di una banca commerciale: infatti i prestiti sono rischi assunti dalla bc, mentre i depositi sono rischi assunti dai depositanti (i creditori).

Escludendo, dal punto di vista della bc, il rischio di insolvenza degli affidati e, dal puntoni vista dei depositanti, il rischio di insolvenza della banca, la bc continua comunque a correre il rischio di inadempienza degli affidati, cioè il rischio che gli affidati non adempiano alle loro obbligazioni nei tempi previsti, ma che vi adempiano in tempi successivi. Mentre è rischiosissimo che una banca sia inadempiente nei confronti dei creditori (i depositanti) perché la sua reputazione crollerebbe immediatamente.

Questo è il motivo clou per cui la bc tende a `stabilizzare’ i depositi: per evitare che una crisi di inadempienza degli affidati stia a fronte di uno stock di depositi ad esigibilità immediata o a breve scadenza prescelta dalla clientela depositante. Uno dei problemi della bc è, per l’appunto, quello della gestione integrata dell’attivo e del passivo (c.d. asset liabilty management) che consiste nel contemperare le scadenze medie degli attivi con quelle di esigibilità dei passivi.

In conclusione, le bc sono soggette al rischio di inadempienza incorporato nei prestiti, anche perché perdono il controllo sul loro appropriato utilizzo, hanno così la necessità di `stabilizzare i depositi’, per cui hanno la convenienza a cercare di convincere la clientela depositante a sostituire i depositi in c/c con depositi a tempo e questi ultimi con strumenti finanziari propri e/o di terzi.

Si passa così al problema del rischio di liquidità per i detentori di strumenti finanziari.

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[1] A partire dal 1° gennaio 2008 l’Istat ha adottato la classificazione delle attività economiche Ateco 2007, che costituisce la versione nazionale della nomenclatura europea Nace Rev. 2, pubblicata sull’Official Journal il 20 dicembre 2006 (Regolamento (CE) n.1893/2006 del PE e del Consiglio del 20/12/2006).
L’Ateco 2007 è stata definita ed approvata da un Comitato di gestione appositamente costituito. Esso prevede la partecipazione, oltre all’Istat che lo coordina, di numerose figure istituzionali: i Ministeri interessati, gli Enti che gestiscono le principali fonti amministrative sulle imprese (mondo fiscale e camerale, enti previdenziali ecc.) e le principali associazioni imprenditoriali.
Grazie alla stretta collaborazione avuta con l’Agenzia delle Entrate e le Camere di Commercio si è pervenuti ad un’unica classificazione. Per la prima volta il mondo della statistica ufficiale, il mondo fiscale e quello camerale adottano la stessa classificazione delle attività economiche. Tale risultato costituisce un significativo passo in avanti nel processo di integrazione e semplificazione delle informazioni acquisite e gestite dalla Pubblica Amministrazione.

 

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