MES, Eurobonds

Premessa.

Questo post ha l’obiettivo di evitare di disperdere nel mare magnum di Fb un articolo del prof. Cottarelli che fa il punto sui delibetara dell’Eurogruppo del 9 aprile scorso che verranno recepiti il 23 aprile p.v.  Questa lucida descrizione dei provvedimenti adottati in sede comunitaria può darci l’occasione di difenderci dalle bufale che circolano in Italia in materia di MES e di eurobond, in tema di cattiverie dei paesi del Nord Europa a scapito dei Paesi mediteranei e, ultimo ma non ultimo, di maturare un’opinione maggiormente circostanziata in tema di solidarietà.

L’articolo: Carlo Cottarelli, Un assurdo dibattito sui fondi del Mes. La condizione è spendere di più, non meno, La Stampa, 12 aprile 2020.

Ormai la questione del sostegno finanziario dall’Europa contro la crisi da coronavirus è diventata pura guerra di comunicazione. I fatti non contano più. Contano solo gli slogan. Se ne sono dette troppe sull’accordo raggiunto dall’Eurogruppo il 9 aprile e non resisto alla tentazione di chiarire un po’ di cose.

A parte interventi di portata minore, l’accordo (che dovrà essere recepito il 23 aprile dal Consiglio Europeo) comprende 4 componenti.

Le prime due non sono state oggetto di controversie particolari per cui non mi dilungo. La prima è lo «Sure», lo strumento di erogazione di prestiti a tasso agevolato proposto della Commissione Europea per finanziare le spese per i sistemi di protezione del lavoro (tipo cassa integrazione). Sarebbe pari a 100 miliardi e la Commissione si finanzierebbe emettendo titoli dietro garanzia fornita dai Paesi dell’Unione. Non si può chiamarli eurobond, per non urtare la sensibilità dei Paesi nordeuropei (che identificano il termine con la mutualizzazione del debito pubblico passato), ma cos’altro sono? All’Italia spetterebbero finanziamenti compresi probabilmente tra i 15 e i 20 miliardi, quasi un punto percentuale di Pil. Non mi sembra poco. La seconda componente è la linea di credito di 200 miliardi che sarà messa a disposizione dalla Banca Europea degli Investimenti (Bei) per fornire garanzie e finanziare le imprese. Non si sa quanto andrà a quelle italiane. Dipende dalla validità dei progetti presentati. Anche qui le risorse vengono da titoli emessi dalla BEI con parziale garanzia dei Paesi europei. Altri eurobond quindi.

Le terza componente (il Fondo per la Ripresa) e, soprattutto, la quarta, la nuova linea di credito del Mes, sono state invece al centro di un infuocato dibattito politico. Cominciamo dal Fondo per la Ripresa. Le intenzioni sono buone. Il Fondo sarebbe uno strumento «temporaneo, mirato e di importi commisurati ai costi straordinari della crisi». Quindi non una piccola cosa. E i finanziamenti verrebbero almeno in parte dalla emissione di titoli. Il problema è la vaghezza della proposta. Il comunicato dell’Eurogruppo non cita neppure una cifra sulla dimensione del fondo. Dice solo che «Sulla base delle indicazioni fornite dai Leader, le discussioni sugli aspetti legali e pratici di tale fondo … prepareranno le basi per una decisione». Campa cavallo, verrebbe da dire. Però si è aperta la strada verso un’emissione di titoli comuni per sostenere la ripresa economica(di nuovo, non chiamiamoli «eurobond»). Quanto ai tempi, se qualcuno pensa che servano risorse solo nell’immediato, si sbaglia di grosso. Gli effetti economici del corona virus si faranno sentire per parecchio tempo.

Passiamo al Mes, o meglio, alla nuova linea di credito erogata con risorse del Mes, il fondo salva stati. Questo si finanzia prevalentemente con l’emissione di titoli garantiti dai Paesi europei (pure questi sarebbero eurobond ma…). Si tratta di prestiti a tassi agevolati per un importo che, per l’Italia, sarebbe pari a 36 miliardi (il 2 per cento del Pil). Qui è dove nel nostro Paese il dibattito rasenta l’assurdo. Il problema è che il Mes è ormai inteso dai più come sinonimo di austerità perché, in passato, i prestiti del Mes venivano concessi in cambio di tagli al deficit pubblico. Ora, il comunicato dell’Eurogruppo dice: «Il solo vincolo per accedere alla linea di credito sarà che i membri dell’area dell’euro che richiedono il sostegno si impegnino a usare questa linea di credito per sostenere il finanziamento dei costi sanitari diretti e indiretti per cura e prevenzione dovuti alla crisi del Covid-19». Quindi la condizione non è quella di spendere meno (alias austerità) ma di spendere di più, seppure per cose legate (ma anche indirettamente) all’emergenza sanitaria. C’è puzza di fregatura, direbbe qualcuno, forse perché il Comunicato anche dice che «Le regole del trattato sul Mes saranno seguite». Probabilmente questo richiederà una valutazione della sostenibilità del nostro debito pubblico come condizione per il prestito. Ma a nessuno verrebbe mai in mente in questo momento di dire che il debito italiano non è sostenibile, quando la Bce ci sta finanziando alla grande (vedi sotto). Il comunicato dice anche che, passata la crisi, i Paesi «rimarrebbero impegnati a rafforzare i propri fondamentali economici e finanziari, in linea con i contorni della coordinazione e la sorveglianza economica e fiscale della Ue, inclusa la flessibilità applicata dalle istituzioni Ue competenti». Insomma, un vaghissimo impegno a continuare a rispettare le regole europee sui conti pubblici, dopo la crisi. Cosa che peraltro saremmo tenuti a fare comunque.

Ma tutto questo non basta. Da un lato si grida al tradimento. Dall’altro si giura che mai e poi mai chiederemo un prestito al Mes. Insisteremo invece sugli eurobond. La realtà è che nessuno ormai si preoccupa di spiegare all’opinione pubblica perché il Mes senza condizionalità (se non quella di spendere soldi) e a tassi di interesse sovvenzionati non andrebbe bene. Né ci si preoccupa di notare che, seppure, lentamente, l’Unione Europea si sta avviando a estendere le emissioni in comune di titoli pubblici, già in uso per Bei e Mes, al finanziamento di altre iniziative (lo SURE, il Fondo per la Ripresa). Non chiamateli eurobond perché al nordeuropa il termine fa venire l’orticaria. Ma questo sono.

Non posso chiudere senza ricordare di nuovo (repetita iuvant) un altro punto fondamentale. Per quanto utili siano le nuove iniziative di finanziamento concordate dall’Euro gruppo, il principale contributo al finanziamento del deficit pubblico italiano quest’anno ci verrà dalla Bce, con acquisti dell’ordine di 240 miliardi di titoli di stato italiani. Si tratta di ordini di grandezza enormi rispetto ai numeri sopra citati.

Perché non lo si vuole riconoscere?

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