La piramide demografica

Questo breve scritto trae lo spunto dall’intervento del prof. Michele Boldrin in occasione di un incontro con gli studenti tenutosi a Ca’ Foscari il 17 settembre 2019 dal titolo `I retroscena della crisi italiana’ (vedi, a partire dal minuto 35).

Premessa

La piramide demografica (o delle età) rappresenta, ad una determinata data, la composizione di una popolazione: ad es. la popolazione vivente in un determinato territorio. Digitando la stringa ‘piramide demografica’ su qualsiasi browser troviamo diverse piramidi: sono relative alla popolazione di una circoscrizione amministrativa (Comune, Provincia, Regione, Paese, Europa, Mondo), oppure possono riguardare lo stato civile della popolazione di una circoscrizione amministrativa, o altro (ad es. sul seguente sito si dà conto della popolazione vivente e residente in Italia per età, sesso e stato civile anno per anno per il periodo 2002-2019. Al 1° gennaio 2019, la piramide italiana si presentava come segue:

grafico-eta-stato-civile-2019-italia

È evidente che l’informazione che possiamo trarre da un dato puntuale del genere è abbastanza limitata; ma se ci riferiamo ad una serie storica, le informazioni sono molto più utili: ad es. potremmo osservare se, nel corso del periodo 2002-2019, sono aumentati i matrimoni, cui corrisponde una variazione negativa dello stato civile; analogamente potremmo osservare se, nel corso del periodo, la popolazione è aumentata o diminuita. In tale ultimo caso, tuttavia, sarà necessario capire se la diminuzione è dovuta ad es. al trasferimento in altri Paesi di soggetti in precedenza residenti o se è dovuta ad un tasso di mortalità superiore al tasso di natalità.

grafico-andamento-popolazione-italia

Un elemento meno evidente, ma di estrema importanza quando si analizzano le serie storiche di un fenomeno attraverso una linea che ne esprime l’andamento riguarda la sua linearità: come si vede nel grafico appena riportato la linea non è una retta, ma una curva concava. Ma si può anche osservare che, dal 2001 al 2010, la crescita della popolazione è rappresentata grosso modo da una retta, mentre dal 2013 in  poi la crescita della popolazione segue una curva concava. Il significato di questi diversi andamenti è il seguente: dal 2001 al 2010, la crescita della popolazione è avvenuta grosso modo ad un tasso di crescita costante; nel periodo successivo, invece, la crescita è avvenuta ad un tasso di crescita decrescente. In altri termini, collegando gli anni (nella riga orizzontale) alla numerosità della popolazione (nella riga verticale), osserviamo che nel primo periodo il collegamento ha un trend  proporzionale, mentre nel secondo periodo il trend è meno che proporzionale. Se, nel secondo periodo, il trend fosse stato più che proporzionale, la linea sarebbe stata convessa.

Si osserva anche un punto di discontinuità (anni 2010-2013): per darne ragione bisogna  indagare. In questo breve scritto, però, mi sembra più utile attirare l’attenzione sulla linearità della curva: cioè, confrontando i due periodi esaminati, la popolazione non diminuisce ma cresce. Ma nel secondo periodo essa cresce ad un ritmo inferiore del periodo precedente. Se la curva fosse stata convessa, la popolazione sarebbe cresciuta, nel secondo periodo, ad un ritmo superiore rispetto al primo periodo.

Queste analisi demografiche sono molto affidabili perché descrivono dati di fatto, cioè dati certi: il censimento fotografa la situazione ogni 10 anni; l’anagrafe presso i Comuni censisce quotidianamente i nati e i morti, per cui i dati censuari si modificano incessantemente. Analogamente gli studenti e i lavoratori chi espatriano risultano  residenti ma, se si iscrivono all’AIRE non risultano più residenti; tuttavia, se non si iscrivono risultano ancora residenti. Si tratta dunque di dati ex post, che prendono atto di una situazione certa. Possono esservi errori, ovviamente, anche nel censire i dati di fatto; tuttavia, questi errori dipendono dall’accuratezza con la quale si censiscono i fatti o è possibile censirli (ad es., se un soggetto non si iscrive all’AIRE, il dato sulla residenza risulta falsato).

Comunque si può ben capire l’utilità e la necessità di disporre di strutture professionali dedicate e competenti (ISTAT, EUROSTAT, BC, INPS, OCSE, FMI, BCE, ecc.) per ridurre la possibilità di commettere errori sulla raccolta dei dati.

Osservare i dati in mondo diverso
Sempre alla data del 1° gennaio 2019 possiamo osservare la seguente tabella ove si indica  la popolazione italiana, suddivisa soltanto per sesso. A differenza della piramide  esemplificata all’inizio, questa tabella ci fornisce altre interessanti osservazioni. Se concentriamo l’attenzione soltanto sulle età e sul totale della popolazione, leggendo la prima riga, ne deduciamo che, al !° gennaio 2019, la popolazione di soggetti da 0 a 1 anno era di 438.287 abitanti; dalla seconda riga apprendiamo che la popolazione di età da 1 a 2 anni era di 459.922 abitanti; dalla terza riga, quella di 2-3 anni era di 476020, ecc. Estraggo di seguito alcuni dati esemplificativi:

      Età   Residenti     Età   Residenti     Età   Residenti

     0      438287            62    769504         87      275699

     1     459922            63     753222         88     256490

     2    476020            64     739645          89    206598

    3     489037            65      703367         90     175411

Se il tasso di mortalità (rapporto tra il numero dei decessi di un gruppo di soggetti, di una coorte, nel corso di un periodo di tempo e la popolazione media della medesima coorte nello medesimo periodo) rimane costate dai dati appena esemplificati possiamo trarre alcune conclusioni: al 1° gennaio 2019, risulta che a) la numerosità delle coorti dei primi 4 anni di vita sono aumentate del 11, 6%; b) la numerosità delle coorti da 87 a 90 anni sono diminuite del 57,2%. Ne segue che, sulla base dei dati al 1° gennaio 2019, l’aumento della popolazione infantile compensa largamente la diminuzione della popolazione anziana, oltre gli 87 anni.

Se confrontiamo, tuttavia, le coorti dei primi 4 anni di vita (con popolazione aumentata del 11,6%) con le coorti dei soggetti 62-65 anni, che registra una diminuzione del 9,4%, si osserva che il margine di copertura dei nuovi nati rispetto ai decessi si assottiglia.

L ‘esempio addotto, apparentemente banale, illustra tuttavia una questione drammatica ben nota ai demografi, agli attuari, agli statistici, agli economisti e, più in generale, a tutti coloro che hanno a cuore le questioni sociali di una comunità.

La sintesi estrema di questo fenomeno, si ottiene confrontando alcuni indicatori: riferiti all’Italia e per il periodo 2015-2018, sono ad es. il tasso di natalità ridottosi da 8 a 7,3, il tasso di mortalità ridottosi da 10,7 al 10,5, la speranza di vita alla nascita aumentata per i maschi da 80,1 a 80,9 anni e la speranza di vita a 65 anni aumentata da 18,7 a 19,3 anni (vedi).

Conclusione

Nella loro freddezza, i dati demografici ci dànno informazioni importanti: sarebbe sufficiente farli parlare e trarne qualche conclusione.

Ad esempio i 438287 soggetti della coorte 0-1 anno entreranno nel mercato del lavoro fra 20-25 anni, cioè fra il 2039 e il 2044, mentre i 703367 sessantancinquenni, cioè nati intorno al 1954, sono probabilmente entrati nel mercato del lavoro fra i 15 e 20 anni, cioè fra il 1969 e e il 1974: vi è da chiedersi allora se i connotati del mercato del lavoro sarà diverso e, in che misura, intorno al 2040 rispetto al mercato che si aveva intorno al 1970.

Un altro esempio può essere adotto considerando il tasso di natalità, in diminuzione in tutti i Paesi `occidentali’ e in crescita nei Paesi in via di sviluppo: è noto, infatti, che le scelte odierne in tema di natalità avranno effetto sul mercato del lavoro fra 20- 25 anni. In quel mercato presso i Paesi sviluppati, ove il tasso di natalità attuale è nettamente minore rispetto al tasso di natalità dei Paesi in via di sviluppo, si svilupperà un’offerta che sarà fronteggiata necessariamente da soggetti provenienti da Paesi in via di sviluppo. Ne segue che appare assai arduo fronteggiare le migrazioni..

Un terzo esempio riguarda la presunta sostituzione fra soggetti che escono dal mercato del lavoro attuale e soggetti che vi entrano: si pensi all’attuale mercato del lavoro bancario ove la diffusione della tecnologia nel sistema dei pagamenti ha contribuito non solo alla drastica riduzione degli sportelli, e quindi del personale, ma anche alla drastica riduzione degli ATM (i Bancomat). Si assiste così all’espulsione dal  mercato di persone con competenze ormai obsolete e alla difficoltà di fronteggiare questo fenomeno. Sarebbe infatti necessario sia che le persone espulse dall’innovazione, si formassero, sia che le nuove generazioni, non riuscite a cogliere la necessità di adeguare la propria preparazione in modo diverso rispetto al passato, fossero indotte ad una formazione permanente.

Se, infine, osserviamo che il tasso di fertilità (numero medio di figli per donna) si è  dimezzato nel periodo 1970-2017 in tutto il mondo e che la diminuzione è stata più accentuata in Italia, ove oggi sembra attestato introno all’1,3 figli per donna, possiamo concludere che prendere atto di questo evento non è sicuramente una questioni di lana caprina.

GsTosMdc6UZAaKLbv93MQsF1xoQnwxyw8CRN9e4ZJHI

P. S.

  1. da Fabio Stefanini: https://www.facebook.com/1811221951/posts/10211779945773382?sfns=mo
  2. da Matteo Di Paolo:

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