Banca: la terminologia dell’industria finanziaria

La pubblicazione, negli anni Ottanta, di due importanti paper della Banca d’Italia diede una spinta al cambio di paradigma dell’industria bancaria e finanziaria: ci si apriva alla concorrenza nell’industria bancaria. In quei due paper infatti si sosteneva che l’attività bancaria è attività d’impresa [1] e che il modello più appropriato per esercitarla era costituito dalla società per azioni [2]. In quegli stessi anni stavano anche maturando due importanti eventi: la promulgazione della `direttiva Basilea 1’ (1988) [3] e la scissione fra attività di pubblica utilità e attività bancaria prevista per gli enti pubblici creditizi[4]. La spinta verso questa trasformazione probabilmente veniva proprio dal Comitato di Basilea costituito presso la Banca dei Regolamenti Internazionali nel 1974, dopo la cessazione del dollar standarda metà del 1971. In Italia, questa trasformazione, questo cambio di paradigma (la banca è un’impresa che concede credito in rapporto ai fondi propri), si concretizzò negli anni Novanta nel Testo Unico Bancario (TUB 1993) e, con riferimento all’industria finanziaria, nel Testo Unico della Finanza (TUF 1998).

I due Testi Unici, l’uno per l’attività bancariae l’altro per l’attività finanziariarichiesero un notevole sforzo per ri-perimetrare più correttamente l’industria creditizia, l’industria finanziariae l’industria assicurativa. I termini che si usarono cercarono di individuare esattamente i diversi mestieri dei tre comparti.

Oggi, come si dice spesso, molti scrivono e nessuno legge. Però, non è poi così vero, rispetto al passato, sol che si pensi al livello di scolarizzazione del nostro Paese a ridosso della crisi del 2007. All’inizio di quella crisi, l’industria finanziaria era già ben strutturata anche in Italia per effetto, in larga parte, dell’UE, del Mercato Unico e della Moneta Unica. Se ne può avere documentazione consultando la Classificazione delle Attività Economiche (ATECO 2007) che censisce le Attività Finanziarie e Assicurative. Questa industria, tuttavia, nella percezione del pubblico presenta ancora molti aspetti magici, misteriosi, il più delle volte incomprensibili probabilmente perché quando si parla di Soldi si perde un po’ di lucidità, analogamente a quanto accade quando si parla di Salute (e quindi di sopravvivenza, di vita media, di vecchiaia, di pensioni, ecc.) e di Sesso.

In realtà la questione, almeno relativamente ai Soldi è relativamente semplice, se si parte dal seguente fatto: l’industria finanziaria è fondata sulla produzione e sulla circolazione dei debiti.

La circolazione dei debiti della Banca di Emissione, oggi denominata Banca Centrale (BC), è la circolazione monetaria (tutti i debiti della BC in circolazione), una parte della quale è rappresentata dalle banconote che stanno nelle casseforti delle altre banche (denominata circolante). La circolazione,cioè l’insieme delle banconote, è una parte di quei debiti che gli economisti denominano base monetaria, o M0, cioè una parte dei debiti a vista della BC, cioè di quelli che il venditore non può rifiutare perché hanno il potere liberatorio negli scambi.

Vi è poi un’altra tipologia di debiti che circolano nei mercati: si tratta dei debiti delle banche ordinarie (cioè non di emissione). I debiti di queste banche, o banche commerciali (bc), possono essere di tre categorie: i debiti a vista (denominati anche moneta bancaria, o depositi in c/c o a scadenza indeterminata), i depositi a scadenza e le obbligazioni.

Gli economisti sommano i debiti a vista delle BC (M0) ai depositi in c/c delle bc e ottengono così un aggregato monetario denominato M1 che consente di capire meglio quale sia l’aggregato mezzi di pagamento utilizzato prevalentemente nei mercati. Poi, per avere una percezione più adeguata dell’aggregato monetario, sommano a M1, i depositi a scadenza fino a 2 anni e ottengono l’aggregato M2 e, infine, sommando altre operazioni di debito a breve, ottenengono l’aggregato M3.

In sintesi, oggi gli economisti fanno riferimento a tre aggregati prevalenti:

  • M = M3 un aggregato ampio;
  • M1 – M0 = moneta bancaria, stock di depositi in c/c;
  • moneta bancaria = debiti a vista delle bc, le quali hanno la facoltà esclusiva di emetterla (Tub, art. 10).

L’industria bancaria in senso stretto è dunque composta dalle bc (banche a breve termine, così denominate dal TUB); in senso lato comprende anche le banche a medio-lungo termine (bml), così denominate dal TUB.

Essendo la parola Banca, un termine riservato ben si capisce che vi sono anche una vastissima gamma di altre attività finanziarie desumibili dalle Tabelle ATECO 2007 per cui l’industria finanziaria comprende le due attività riservate: l’industria bancaria, riservata alle banche (v. Tab. 3, classi 64.11 e 64.19) e l’industria assicurativa, riservata alle società di assicurazione (v. Tab. 5, classi 65.11, .12, .20 e .30), ma non ne esaurisce tutte le attività finanziarie che vi si svolgono.  Le attività finanziarie non bancarie né assicurative vengono dunque censite puntualmente e se ne ha una percezione anche semantica (v. Tab. 2, divisione 66).

Merita ancora accennare ad alcuni termini utilizzati abitualmente, la cui percezione inesatta può indurre ad incorrere in pericolose situazioni economico-finanziarie.

Le attività in strumenti finanziari (v. Tab. 4, classi 66.11 – 66.19) che riguarda una vasta serie di attività, dai mercati finanziari fino alla vendita porta a porta di prodotti finanziari (v. Tab. 4, sottocat 66.19 e 21). Questi ultimi comprendono: le obbligazioni, le obbligazioni subordinate, le azioni, le quote dei fondi comuni di investimento (v. Tab. 3, cat. 64.30) e dei fondi pensione (v. Tab. 5, cat. 65.30), gli strumenti derivatie e quelli sintetici.

Altre terminologie diffuse sono ad es. le attività di merchant banking, di venture capital, di investment banking e attività analoghe (v. Tab. 3, sottocat. 64.99) che consistono, in sostanza, nell’attività, svolta da parte di un capitalista (individuale o collettivo), di cernita di imprese che si trovano in `cattive acque’, di entrare nel loro  capitale e nel management, di risanarle e di ricollocarle nel mercato. È un’attività d’impresa assai rischiosa e quindi assai remunerativa.

Nel corso degli ultimi decenni è anche cambiata notevolmente la morfologia dell’industria finanziaria sostanzialmente per due motivi: anzitutto la scissione fra bce bml è stata vanificata dagli eventi (v. qui); in secondo luogo, le nuove disposizioni del TUB consentono ora a ciascuna banca di decidere quale segmento dell’industria finanziaria occupare, con esclusione dell’attività assicurativa, mentre non è possibile per una società finanziaria svolgere, se non autorizzata, attività bancaria e/o assicurativa né per una società assicurativa svolgere attività bancaria.

Queste opportunità hanno dato luogo alla c.d. banca universale e ai conglomerati finanziari con a capo una holding (v. Tab. 3, classe 64.20), cioè a società che detengono partecipazioni e interessenze in altre società bancarie, finanziarie e/o assicurative ma anche industriali. Non sono, come il pubblico pensa in genere, attività speculative, cioè che lucrano su differenze di prezzo nel breve-brevissimo termine, ma attività di investimento a m/l termine, maggiormente rischiose rispetto a quello riservato alle bc.

Si è fin qui parlato di industria; un altro modo di denominare questi comparti è quello di settore industriale. Queste denominazioni appaiono neutre, ingenue; ma appena si cera di individuare ove termina un settore e ove ne inizia un altro si pongono diversi problemi perché non siamo più ai tempi di Marshall e dei suoi distretti industriali( che avevano una forte connotazione geografica; tuttavia non si riesce  a giungere ad una definizione di settore precisa in termini economici, soprattutto oggi di fronte ad un mondo segmentato e specializzato ove prevalgono filiere produttive dislocate geograficamente, l’outsourcinge le incessanti innovazioni tecnologiche, per cui risulta abbastanza difficile capire dove si fermi una tipologia di industria, di settore, e dove ne inizi un’altra. Basti pensare all’industria aeronautica che si avvale di componentistica prodotta in tutto il mondo.

Una definizione più convincente di industria, di settore industriale volta a ridurre l’area di indeterminatezza che sempre si interpone fra un settore economico e un altro mi sembra sia stata offerta da Joan Robinson [5].

Meno chiara invece mi appare la denominazione di Sistema bancario (o finanziario, o assicurativo) perché edulcora l’elemento competitivo fra imprese di quei settori.

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  1. Banca d’Italia, Ordinamento degli enti pubblici creditizi: analisi e prospettive, in “Bollettino Economico”, n. 1-2, 1981.
  2. Banca d’Italia, Ordinamento degli enti pubblici creditizi: l’adozione del modello della società per azioni, in “Bollettino Economico”, Roma, Febbraio 1988.
  3. Con `direttiva Basilea 1’ mi riferisco al provvedimento iniziale che previde di collegare i fondi propri all’attività creditizia (ammontare dei prestiti per cassa ponderati uguale al massimo ad un multiplo dei fondi propri pari a 12,5).
  4. Allora così venivano denominate le Casse di Risparmio e gli Istituti di Credito di Dritto Pubblico (Istituto San Paolo di Torino, Monte dei Paschi di Siena, Banca Nazionale del Lavoro, Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Banco di Sardegna e, se non ricordo male, Banco di Santo Spirito). Si tratta della `Legge Amato’, 1990.
  5. “L’ipotesi che ciascuna impresa produca una sola merce nasconde la distinzione tra il prodotto di un’industria — cioè un gruppo di imprese impegnate nella produzione di merci identiche per quanto riguarda il metodo di lavorazione – e l’offerta in un dato mercato — volta cioè a soddisfare una domanda per un gruppo di merci che sono tra loro stretti sostituti. Nel linguaggio comune, quando si parla dell’industria del cotone, dell’industria siderurgica, dell’industria delle calzature, si pensa ad un gruppo di imprese impegnate in un certo tipo di produzione, caratterizzato dal tipo di oggetti prodotti e dal materiale di cui sono fatti. Talvolta una singola impresa produce oggetti molto diversi, che sono tra di loro complementari e che perciò sono venduti insieme (penne e carta assorbente, piccoli motori elettrici e dentiere); talvolta oggetti del tutto diversi stanno insieme nella stessa produzione perché si trovano insieme, tradizionalmente, nelle abitudini di acquisto dei consumatori (medicine e spazzole per capelli). Molti dei prodotti di un’industria sono sostituti molto lontani tra di loro. Non c’è sovrapposizione, per esempio, tra il mercato delle scarpe da uomo e da bambino e il mercato dei tubi di scarico e delle stufe. D’altra parte, prodotti di industrie totalmente diverse possono essere sostituti molto stretti, scarpe di gomma e di pelle; tubi di scarico di amianto e di ghisa […]. L’industria, anche se è un concetto amorfo e impossibile da definire precisamente nei dettagli, è un concetto importante per la teoria della concorrenza. Rappresenta l’area entro la quale un’impresa, quando cresce, trova relativamente facile espandersi. Spesso ci sono certi processi di base richiesti per la produzione delle merci più diverse (palle da tennis, gomme d’automobile e materassi) ed economie nella utilizzazione di sottoprodotti dello stesso ambito di produzione. La tecnica, i rapporti commerciali stabiliti per una gamma di prodotti, rendono più facile inserire nella produzione di un’impresa merci diverse, ma che richiedono la stessa natura tecnologica, piuttosto che inserire merci perfettamente sostituibili, fatte di materiali differenti, contraddistinte da metodi di commercializzazione radicalmente diversi. Inoltre, chi fa parte di un’industria ha interessi comuni e un linguaggio comune, e si sente unito agli altri da un particolare senso di comunanza, anche quando vi è la concorrenza. È molto più facile organizzare il controllo di un’industria che serve molti mercati che controllare un mercato rifornito da prodotti di molte industrie” J. V. Robinson, La`concorrenza imperfetta’ in prospettiva, 1953 ora in `Occupazione, distribuzione, crescita,’Il Mulino, Bologna 1971.

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