Banca e attività bancaria

Banca e attività bancaria sono sempre stati oggetto di analisi approfondite da parte degli economisti: ne sono testimonianza quanto meno i saggi contenuti nella Biblioteca dell’Economista (1850 – 1889) [1]. Gli studi degli aziendalisti si sono sviluppati invece in periodi più recenti quando si è cercato di mettere a fuoco l’azienda di credito, cioè la struttura organizzativa dell’impresa che svolge l’attività bancaria a proprio rischio in vista del profitto [2].

Gli elementi che mi sembrano costanti in tutte le trattazioni mi sembrano i seguenti:

1) dato che il circuito produttivo (acquisizione-produzione-vendita) prevede, anzitutto il sostenimento di costi e, solo successivamente, il conseguimento di ricavi, la banca si interpone per finanziare a) i costi di acquisizione dei fattori e i costi del processo produttivo e b) il credito commerciale, anticipando l’incasso delle vendite con pagamenti dilazionati.

In altri termini, l’impresa accende dei debiti per i) finanziare e la produzione e le vendite. A scadenza, i debiti si estingueranno o verranno rinnovati.

2) i costi dei finanziamenti, che rappresentano i proventi della banca, sono sostenuti e conseguiti effettivamente solo quando vengono regolati (o pagati) con uno scambio di base monetaria. Fino a quel momento, sono pagamenti e riscossioni sospesi o da regolare, cioè debiti e crediti, ancorché a scadenza ravvicinata o a vista.

Se il circuito `reale’ si chiude quando si chiude il circuito `​monetario’ ai due elementi tipici dell’attività bancaria appena citati se ne aggiunge un terzo e cioè

3) il meccanismo che regola i pagamenti sospesi.

Quest’ultimo elemento consente alla banca anche di essere in grado di giudicare per tempo e con buona approssimazione se, alla scadenza pattuita, i pagamenti sospesi andranno o meno a buon fine e/o se sia il caso di rinnovarne il finanziamento.

Infine, un ultimo elemento tipico dell’attività bancaria consiste nella

4) raccolta dei depositi monetari, che rappresentano i debiti nei confronti del pubblico.

Lo descrizione appena delineata regge se il circuito si chiude per il tramite di un bene terzo rispetto a tutti i contraenti (acquirenti, fornitori e banca) e a tutti i beni che misura: fino all’agosto 1971, cioè fino alla data di cessazione della convertibilità del dollaro in oro, questo bene terzo è stato rappresentato dalla moneta legale convertibile emessa dalla Banca Centrale (c.d. base monetaria).

Da un punto di vista contabile era quella che determinava anche le movimentazioni della `Cassa contante’ (c.d. numerario) e che misurava anche le oscillazioni del valore dei beni e dei servizi delle aziende, cioè la moneta di conto sulla quale è fondata la partita doppia [3], il metodo e lo strumento adottato per misurare la redditività e il patrimonio delle aziende.

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[1] Si tratta della Terza serie della Biblioteca dell’Economista (Pomba, UTE, Torino 1850 – 1889) ove compaiono i seguenti saggi. G. Boccardo, Credito e Banche; H. D. Macleod, Teoria e la pratica delle banche; A. Garelli, Banche e A. Wagner, Del credito e delle banche.
[2] G. Dell’Amore 1969, p. 3. I depositi nell’economia delle aziende di credito è il titolo del libro del medesimo Autore che per la prima volta, nel 1951, richiama l’azienda di credito.
[3] F. Besta, La Ragioneria, Parte Prima, Vol. III, Ragioneria Generale, II ed., Vallardi, Milano 1920, pp. 2-3. Fabio Besta fu professore di Ragioneria presso la Regia Scuola Superiore di Commercio di Venezia dal 1872 al 1919.

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