Matite: imprese e aziende

Premessa

Cerco di descrivere le uniformità fra un’impresa e un’azienda: cioè fra l’idea di un’attività economica, l’impresa, e la sua materializzazione, l’azienda, ossia la configurazione effettuale di impresa. Mi avvalgo della celebre descrizione di impresa che ne offre Milton Friedman (v. video, 3 min) a proposito dell’attività di produzione di un matita e della descrizione di un’azienda effettiva che deve produrre matite (v video, 5 min). L’illustre economista descrive l’attività produttiva andando al nocciolo del processo – l’assemblaggio fra semilavorati (legno, grafite, gomma, vernici, metalli, ecc.) – prescindendo dalle modalità operative: l’attenzione è rivolta alla `struttura’ del processo produttivo dal quale discendono alcune considerazioni sull’economia di mercato, sui vantaggi che essa produce fino giungere ad una conclusione quasi universale, una specie di concordia internazionale. L’altra descrizione, quella che riguarda la produzione effettiva, riguarda l’attività di un’azienda di produzione di matite `in carne ed ossa’. In tal caso non si può giungere ad una generalizzazione, nemmeno per aziende del medesimo settore: ciò significherebbe considerare il caso esaminato come un campione significativo del settore. Dal confronto, infine, azzardo un paio di temporanee conclusioni.

Imprese e aziende

Se l’impresa è l’idea di rispondere ad un fabbisogno individuato dall’imprenditore, l’azienda è l’organizzazione che dà corpo all’idea: un’organizzazione assai complessa che richiede di assemblare risorse finanziarie, umane e tecniche. Se alla base dell’impresa vi è un errato fabbisogno da soddisfare, è evidente che l’impresa `fallirà’; analogamente, se il fabbisogno individuato è effettivo ma l’organizzazione non riesce ad assemblare e a gestire correttamente le risorse, è pure evidente che l’azienda fallirà.

Il fallimento dell’impresa, però, è un modo di dire. Chi fallsce, in realtà, è l’azienda: in entrambi i casi, l’elemento clou, il redde rationem del fallimento, è l’impossibilità, vera o presunta, di pagare i debiti. Il fallimento di un’azienda può manifestarsi infatti in due modi: perché il management `porta i libri in Tribunale’ o perché qualche creditore ne chiede il fallimento. È la risultante degli errori commessi in fase di assemblaggio, e/o di successiva gestione delle risorse finanziarie, umane e tecniche che si concretizza in un evento finale: l’insolvenza, cioè la manifesta continuativa impossibilità di pagare i debiti. Si avrebbe, invece, inadempienza, nel caso tale impossibilità fosse temporanea. L’unico modo per fronteggiare l’insolvenza è quello di reperire risorse finanziarie o sul mercato o presso un prestatore di ultima istanza. In condizioni finanziarie estreme, però, il ricorso al mercato risulta impraticabile per cui è necessario attivare un prestatore di ultima istanza, col rischio di alimentare un’azienda che non sta in piedi strutturalmente (economicamente).. Le aziende profit oriented, dunque, sono quelle che possono fallire: se non possono fallire, significa che sono sempre solvibili, cioè che vi è sempre un prestatore di ultima istanza disposto ad intervenire qualsiasi sia la situazione strutturale. Il che appare inverosimile dal punto di vista economico-finanziario.

Un ragionamento sulle imprese condotto su grandezze strutturali (cioè economiche) non credo possa prescindere da un ragionamento condotto su grandezze contabili, cioè su misurazioni monetarie fondate su convenzioni in base alle quali mercati e operatori prendono decisioni. In un’azienda `in carne ed ossa’ si fronteggiano e si combattono rischi, opportunità e opportunismi(1): appare utile seguirne e misurarne sistematicamente l’andamento, i risultati, attraverso alcuni strumenti tecnici, il budget (il bilancio previsionale-programmatico) e il bilancio finale redatti secondo i principi contabili internazionali. Fa parte dei comportamenti opportunistici l’applicazione scorretta, consapevole o meno, dei principi contabili: ne segue che i segnali che giungono ai mercati possono essere assai approssimativi, se non addirittura tali da travisare la realtà sottostante.

Se sia l’impresa sia l’azienda tendono a non fallire (cioè se il management non ha l’obiettivo del fallimento) mireranno ad essere efficienti con l’obiettivo di diminuire i prezzi per aumentare la quota di mercato, ad individuare nuovi prodotti (matite rotonde invece che sfaccettate), ecc.; il tutto per ridurre la possibilità che altri competitori entrino nel mercato. In una parola la competizione genera vantaggi per i consumatori perché espelle dal mercato chi è meno efficiente, chi non innova, chi non genera profitti, chi si indebita troppo, ecc. Il modello di riferimento è un’impresa competitiva in un mercato tendenzialmente di concorrenza perfetta; il sentiero per raggiungere tale configurazione tendenziale transita attraverso la realtà, i modelli della concorrenza imperfetta e le iniziative dell’Ordinamento che tendono a contrastare l’oligopolio e il monopolio.

L’Ordinamento

Credo sia evidente che paventare un Ordinamento che decida cosa, quanto, quando e come produrre e a che prezzo vendere implichi ipotizzare che vi siano strutture in grado di assemblare i fattori produttivi nel modo economicamente più conveniente: ciò non accade nemmeno nelle grandi corporation private che pure sono soggette sistematicamente al giudizio severo e impietoso dei mercati.

Tuttavia, un Ordinamento viene comunque da sempre invocato per dirimere i conflitti e per ridurre gli opportunismi; in un certo senso per indirizzare l’ambiente economico in un alveo ritenuto `civile’. L’evoluzione ci ha fin qui condotto, fortunatamente, a preferire il ´fare prigionieri’ invece di applicare la regola ´occhio per occhio’ (il codice di Hammurabi, 1750 aC., prevedeva la pena di morte per chi costruiva una casa che sarebbe poi crollata). Un Regolatore tuttavia viene anche oggi invocato e richiesto a gran voce dagli ordinamenti per mantenere i comportamenti delle aziende nell’ambito del sentiero delineato dalla configurazione tendenziale di un mercato competitivo. Ed è proprio l’esigenza di un Regolatore a richiamare anche l’esigenza di un Vigilante, di un Giudice e di una Sanzione per ridurre i comportamenti opportunistici. Il passaggio alla dimensione morale e, di conseguenza, a quella normativa e, successivamente, a quella prescrittiva, che connota il percorso verso la configurazione tendenziale obiettivo, mi sembra istantaneo ed ineludibile.

Conclusione

Il nocciolo che collega inscindibilmente le due descrizioni (quella economica e quella contabile) può essere individuato nel tentativo di non fallire, che si concretizza nel tentativo di essere solvibili, cioè di pagare o rinnovare i debiti a scadenza. Sotto questo punto di vista, il debito diventa l’elemento cruciale da tenere sotto controllo per sopravvivere strutturalmente; in caso contrario, la sopravvivenza sarebbe assicurata da interventi monetari, esterni all’economia dell’impresa.

La teoria economica, che si fonda sulla competizione di mercato fra aziende, non credo possa prescindere da un controllo periodico e sistematico del loro operare il quale si realizza per il tramite delle grandezze contabili. I Conti annuali diventano così una sorta di termometro che misura l’andamento strutturale delle imprese tramite le grandezze contabili. Fra queste ultime, mi sembra che le più rilevanti siano le valutazioni delle rimanenze di crediti e di debiti. Ma, siccome i debiti contabilmente vengono censiti al loro valor nominale, l’elemento di sintesi estrema diventa la valutazione dei crediti che vengono censiti al loro valore di presunto realizzo.

Se è così, e se gli opportunismi sono componenti effettuali dell’economia, non credo siano sottovalutabili, pena la costruzione di modelli troppo astratti.

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(1) <<Per opportunismo intendo il perseguire con astuzia finalità egoistiche. L’opportunismo non si limita alle sue forme più appariscenti, quali mentire, rubare e imbrogliare; esso comporta più spesso forme sottili di inganno. Esistono forme attive e forme passive di opportunismo, sia ex ante sia ex post. L’opportunismo ex ante e quello ex post sono individuati dalla letteratura sull’assicurazione sotto i titoli della selezione sfavorevole e del rischio morale, rispettivamente. […] Anche nel perseguimento di finalità egoistiche si possono ravvisare tre livelli. La forma più forte, quella alla quale si rifa l’economia dei costi di transazione, è opportunismo; la forma semi forte è costituita dal perseguimento semplice di finalità egoistiche; l’obbedienza costituisce la forma più debole (in realtà nulla)>> [O. E. Williamson, Le istituzioni economiche del capitalismo, 1986 (trad. it. ‘F. Angeli, Milano 1987, p. 129.]

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